“Se il Teatro non ci fosse stato, lo avrei inventato io per sopravvivere”

Vi siete mai fermati a pensare quanto sia bello vivere qui in Italia? Circondati d’ arte e di bellezza che il mondo ci invidia.
In occasione dei suoni di Marca ho fantasticato un po’ sul valore della musica e dell’arte per ognuno di noi.
Una volta magari, i festival, come quello che stiamo vivendo ora,  non esistevano e allora ho pensato.. dove si andava per assaporare un po’ di arte?
La magia la si trovava, anzi la si trova, nei Teatri.

Qui a Treviso abbiamo un teatro Comunale “Mario del Monaco“.
E’ stato aperto grazie alla richiesta dei nobili Veneziani, già esperti in materia, che trascorrevano alcuni periodi di vacanza qui nei dintorni di Treviso.

“Il Teatro di Treviso è la cosa più vaga e graziosa che uomo possa immaginare in tal genere. La sua leggiadria sorge dalla semplicità del disegno, dalla conveniente unione dei colori, dalla parsimonia e acconcezza degli ornamenti che fanno ghirlanda al soffitto, In tutto il complesso ha non so qual freschezza ed eleganza, che sarebbe difficile trovarne una immagine…” 

E’ così che nel 1836 Tommaso Locatelli, un cronista e critico, descrive il Teatro di Treviso.
Originariamente si chiamava Teatro d’Onigo che divenne in poco tempo uno dei teatri più reputati d’Italia.
Aveva un programma molto vario, offrendo spettacoli di ogni genere dai concerti alle opere, ricevimenti, feste e così via. Insomma, il centro dello svago cittadino.
La sua storia è turbolenta, ma con un finale da favola.
Tra il 1836 e il 1868 ci furono due grandi incendi, il primo ne distrusse solo parte mentre il secondo lo distrusse completamente.
(Parentesi buffa.. sembra che il secondo incendio non sia stato causato dalle lumiere a petrolio ma bensì dal custode del teatro che si serviva del palcoscenico per le sue prove da pirotecnico dilettante.)

Fu poi restaurato in un anno appena da Andrea Scala, e quello che vedete oggi passando per Corso del Popolo è proprio lui.
Nel 1869 ci fu la sua inaugurazione e fino al 1930 il Teatro ebbe un gran periodo vedendo esibirsi sul palcoscenico grandi nomi del momento: possiamo ricordare Enrico Caruso, che ha cantato a Treviso la sua prima Tosca (1900), Toti dal Monte, Mario del Monaco, Katia Ricciarelli, la quale si esibì qui per la prima volta nel Trovatore (1970) ed in Otello(1971). 

Nel 1945 dopo che Treviso era stata quasi completamente distrutta dalla guerra,  il Comune decise di vendere il Teatro  (che in questi anni era diventato comunale) a privati che ne furono i proprietari per 5 anni fino a che il comune ne rientrò in possesso.

Dal 1968 il nostro bellissimo teatro rientra tra i 28 Teatri Italiani riconosciuti dalla legge conquistandosi così un posto importante nella musica nazionale ed internazionale ,grazie a stagioni musicali di tutto rispetto, che si sono allontanate  dalla solita routine dei Teatri, attirando persone da ogni dove.
E’ stato chiuso nel 1998 e così rimase finché nel 2000 Fondazione Cassamarca si è assunta l’onere di completare la ristrutturazione.
Il suo nome attuale “Teatro Comunale Mario del Monaco” esiste dal 2011, in onore del tenore Mario del Monaco.

A Treviso si svolgono due importanti festival nazionali dedicati alla musica antica per organo, il “Festival Organistico Internazionale” e il “Festival chitarristico Internazionale delle due città Treviso -Roma” che si svolge contemporaneamente nelle due città.

Ogni tanto mi ricordo di andare a Teatro e quando ci vado, non so come spiegarvi, ma mi sento immersa in un mondo che ormai non ci appartiene più ma che sarebbe meraviglioso rispolverare ogni tanto, per non dimenticarci chi siamo e da dove veniamo, da dove si è creato tutto lo spettacolo che esiste ora.

“Vi è un solo elemento che il cinema e la televisione non sono in grado di sottrarre al Teatro: la vicinanza diretta tra organismi vivi che ha il potere di trasmutare ogni provocazione dell’attore, ognuna delle sue azioni «magiche» in qualcosa di grande, di straordinario, molto simile all’estasi. Bisogna quindi sopprimere ogni distanza tra l’attore e lo spettatore, eliminare il palcoscenico, abolire qualsiasi barriera. Che lo spettatore sia a portata di mano dell’attore, che percepisca il suo respiro, e si accorga del suo sudore. I teatri, oggi, non sono più assolutamente necessari. Che essi siano poveri e poco numerosi: per gli uomini che si formano nell’inquietudine. Una specie di catacomba spirituale in questa civiltà ludica, fatta di fretta e di frustrazione”
Jerzy Grotowski